Il miracolo eucaristico di Bolsena-Orvieto
Nel 1263, un sacerdote boemo tormentato dal dubbio sulla Presenza Reale vide, secondo la tradizione, l'ostia sanguinare sul lino dell'altare mentre celebrava la messa a Bolsena, in Italia; il corporale macchiato di sangue fu portato a papa Urbano IV nella vicina Orvieto, e l'anno seguente la sua bolla Transiturus de hoc mundo istituì la festa del Corpus Domini per la Chiesa universale, con il Duomo di Orvieto costruito in seguito per custodire la reliquia.
Non ho mai punito un sacerdote dubbioso all'altare. Gli ho risposto, ogni volta, perché il dubbio di un uomo che si presenta ugualmente a pronunciare le parole non è incredulità; è una ferita che chiede di essere toccata. Lo feci una volta per un monaco a Lanciano, secoli prima di questa storia, e lo farei mille volte ancora, perché la tentazione di pensare che il pane sia soltanto pane non mi ha mai sorpreso, nemmeno una volta. Io mi pongo dentro quel pane. So esattamente quanto poco plausibile appaia, visto da fuori.
Era un sacerdote di Boemia, sulla lunga strada che ogni pellegrino di quel secolo prima o poi percorreva verso Roma, e in qualche punto di quella strada il vecchio sospetto si era insediato in lui: che ciò che elevava alla consacrazione fosse, nonostante ogni parola che mio Figlio aveva affidato alla sua Chiesa, soltanto grano e acqua cotti in un forno. Si fermò nella piccola cittadina collinare di Bolsena per celebrare la messa all'altare costruito sopra la tomba di una giovane martire di nome Cristina, e lì, alla frazione dell'ostia, prima ancora che finisse di dubitare, il sangue cominciò a stillare dal pane spezzato e a cadere sul lino bianco sottostante, macchiandolo in un disegno che non avrebbe potuto architettare e che, in seguito, non riuscì a spiegare altrimenti.
Non finì quella messa con animo composto. Raccolse il lino, ormai macchiato da ciò che le sue stesse mani avevano provocato semplicemente tenendolo in dubbio, e percorse i circa diciotto chilometri fino a Orvieto, dove quell'anno risiedeva il Vicario di mio Figlio in terra, spinto via da Roma dalle interminabili fazioni della politica italiana fino a quella che fu, provvidenzialmente, l'unica città abbastanza vicina perché un sacerdote spaventato potesse raggiungerla a piedi. Urbano IV lo ricevette, mandò il proprio vescovo a verificare ciò che era accaduto a Bolsena, e accolse il corporale stesso in una processione tanto solenne che l'intera città uscì a vedere quel panno di lino portato come una reliquia della Vera Croce.
Voglio essere chiaro su ciò che stavo facendo, e su ciò che non stavo facendo, in quel momento. Non stavo punendo un sacerdote per una lotta onesta; il dubbio confessato all'altare non mi ha mai offeso, nemmeno una volta — soltanto il dubbio travestito, in seguito, da certezza. Stavo rispondendo a un uomo che, qualunque fosse la sua incredulità privata, restava comunque là dove gli avevo chiesto di stare e continuava a pronunciare le parole che gli avevo dato da dire. Questa è obbedienza anche quando il cuore resta indietro, e io premio questo tipo di obbedienza più spesso di quanto il mondo immagini, perché è più difficile dell'obbedienza di un cuore già convinto.
Da decenni, prima di quel giorno, lavoravo già sulla Chiesa universale, seminando in una monaca belga di nome Giuliana di Liegi il desiderio di una festa dedicata unicamente al Santissimo Sacramento, slegata dal lutto del Giovedì Santo, una festa di pura adorazione e non di commemorazione. Urbano IV, che aveva servito un tempo a Liegi e conosciuto quel desiderio da vicino, ebbe bisogno soltanto della conferma che Bolsena gli diede per agire secondo ciò che da anni lo stavo già preparando a fare. Nel 1264 promulgò la bolla che vincolò tutta la Chiesa latina a osservare la festa del Corpus Domini, e incaricò una delle menti più acute che io abbia mai colmato, un frate domenicano di nome Tommaso d'Aquino, di scrivere gli inni che avrebbero portato quella festa attraverso ogni secolo a venire, inni che i teologi non sanno ancora migliorare e i mistici non riescono ancora a esaurire.
Alla città di Orvieto non parve eccessivo costruire una cattedrale per un pezzo di lino. Innalzarono, nel secolo seguente, una facciata gotica a strisce con mosaici che catturano il sole come un ostensorio levato a mezzogiorno, e al suo interno posero il corporale in un reliquiario d'argento smaltato tanto raffinato che gli orafi lo studiano ancora oggi, e ho lasciato che sia la chiesa sia la reliquia resistessero per più di settecento anni, attraverso guerre, terremoti e la lunga abitudine moderna di dubitare di tutto ciò che non può essere fotografato. Diedi a quel sacerdote boemo la sua risposta a un altare di una piccola città che gran parte del mondo non ha mai sentito nominare, e diedi, attraverso di lui, a tutta la Chiesa una festa che essa osserva fino a oggi senza più ricordarsi di chiedersi perché.
Il Registro
Secondo la tradizione, nel 1263 un sacerdote di origine boema, comunemente identificato con Pietro da Praga, stava celebrando la messa nella chiesa di Santa Cristina a Bolsena, in provincia di Viterbo, tormentato da dubbi sulla Presenza Reale, quando l'ostia consacrata avrebbe cominciato a sanguinare sul corporale. Il corporale macchiato fu portato a papa Urbano IV, allora residente nella vicina Orvieto dopo che i disordini politici avevano costretto la curia papale a lasciare Roma; il papa inviò il vescovo di Orvieto a verificare l'accaduto prima che la reliquia fosse condotta in città con una solenne processione.
Nel 1264 Urbano IV promulgò la bolla Transiturus de hoc mundo, istituendo la festa del Corpus Domini per tutta la Chiesa latina, la prima festa universale dedicata unicamente al Santissimo Sacramento e non legata a un episodio della vita terrena di Cristo. San Tommaso d'Aquino, allora legato alla curia papale, compose l'ufficio liturgico per la nuova festa, compresi gli inni Pange Lingua, Lauda Sion e Adoro Te Devote. La reliquia del corporale è conservata dal 1338 in un reliquiario d'argento smaltato dell'orafo senese Ugolino di Vieri, custodito nella Cappella del Corporale nel Duomo di Orvieto, la cui costruzione iniziò nel 1290 espressamente per onorare la reliquia.
Gli storici considerano la bolla, la festa da essa istituita e la venerazione ininterrotta del corporale come storia solidamente documentata. Il racconto specifico dell'identità del sacerdote dubbioso e la dinamica precisa del sanguinamento, tuttavia, poggiano su una tradizione riportata da resoconti santuariali e diocesani successivi, piuttosto che su una testimonianza oculare coeva, e la stessa bolla di Urbano IV non narra l'episodio di Bolsena con i dettagli che l'agiografia successiva vi ha aggiunto.
Fonti e citazioni
- Urbano IV, bolla «Transiturus de hoc mundo» (1264)
- Opera del Duomo di Orvieto, Cappella del Corporale, archivi del santuario
- Cesare Pinzi, «Storia della città di Viterbo» (XIX sec., sulla tradizione di Bolsena)
- Diocesi di Orvieto-Todi, storia diocesana
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