La schiava di Filippi
Nella colonia romana di Filippi, una schiava posseduta da uno spirito di divinazione seguì Paolo e i suoi compagni per molti giorni, proclamando parole vere sulla loro missione finché Paolo, stanco di un'approvazione proveniente da una fonte estranea, scacciò lo spirito nel nome di Gesù Cristo; i suoi padroni, perso il guadagno che traevano dalla sua divinazione, fecero percuotere e imprigionare Paolo e Sila.
L'ho incontrata sulla strada verso il luogo di preghiera, presso il fiume fuori dalla porta di Filippi, una colonia di veterani romani costruita per apparire, parlare e governare come un frammento trapiantato di Roma stessa. Paolo, Sila, Timoteo e Luca vi andarono di sabato, in cerca soltanto di un quorum di preghiera fra la manciata di ebrei e di donne timorate di Dio che si radunavano presso l'acqua, poiché Filippi non aveva una sinagoga abbastanza grande da ospitarne una a norma. Fu in quella commissione ordinaria che una ragazza li trovò, o piuttosto che qualcosa dentro la ragazza li trovò, perché lei stessa, la persona che avevo creato e che ancora amavo sotto il frastuono, era da tempo relegata ai margini della propria voce.
Era una schiava, e portava ciò che i suoi padroni chiamavano uno spirito pitonico, lo stesso spirito che i pagani attribuivano alla sacerdotessa di Delfi, che respirava vapori da una spaccatura nella roccia e pronunciava oracoli nel nome di Apollo in cambio d'argento. Quale che ne fosse la fisiologia, il commercio era semplice e antico: gli uomini le portavano il proprio futuro da vendere, ed ella portava ai suoi padroni molto denaro con la divinazione. Voglio che notiate, prima di ogni altra cosa, quanto compiutamente la schiavitù l'avesse serrata da due direzioni insieme. Il suo corpo apparteneva a uomini che ne tassavano la voce. La sua voce apparteneva a uno spirito che a sua volta non era suo. In quella ragazza non restava quasi più nulla che fosse semplicemente suo.
Ed ecco la strana, esigente misericordia su cui vi chiedo di soffermarvi: per molti giorni quella voce prigioniera seguì Paolo e i suoi compagni per le vie di Filippi, gridando qualcosa di interamente vero. «Questi uomini sono servi del Dio altissimo, i quali vi annunciano la via della salvezza». Ogni sua parola era esatta. Del resto ero stato Io a mandare Paolo esattamente per quella commissione. Ma una verità pronunciata da una fonte che non ho inviato non è per questo una verità che lascerò stare senza esame, perché un'approvazione offerta dalle tenebre non è mai un dono per la luce; è un guinzaglio travestito da applauso, un mescolare l'esatto e l'estraneo per confondere, nella mente della folla che guarda, dove finisce la vera testimonianza di Dio e dove comincia il commercio dei padroni della ragazza. Lo lasciai continuare per molti giorni, non perché fossi lento, ma perché volevo che lo spirito stesso di Paolo, e il vostro, sentisse la differenza fra una verità che libera e una verità che semplicemente adula mentre arricchisce qualcun altro.
Paolo la sentì prima di comprenderla, come un uomo sente una scheggia prima di vederla: grandemente infastidito, la parola che usa Luca, logorato giorno dopo giorno da un'approvazione che non aveva mai chiesto e che non poteva zittire con un argomento, perché non si può ragionare uno spirito fino a farlo desistere; lo si può soltanto scacciare. Così alla fine si voltò, e parlò non alla ragazza ma oltre lei, alla cosa che cavalcava la sua voce: «Ti ordino nel nome di Gesù Cristo di uscire da lei». Io ero in quel comando come sono in ogni vero esorcismo, non come ornamento ma come la totalità della sua autorità, e lo spirito uscì in quella stessa ora, non gradualmente, non negoziato, semplicemente sparito, come sparisce la notte nell'istante in cui il sole supera il crinale.
Ciò che seguì non aveva nulla a che fare con la teologia e tutto a che fare col denaro, come spesso accade quando la Mia opera si scontra con gli ordinamenti del mondo. I suoi padroni videro che la loro speranza di guadagno se n'era andata insieme allo spirito, e il loro furore fu immediato e inequivocabile, perché un'anima liberata è un pessimo investimento. Afferrarono Paolo e Sila, li trascinarono nella piazza davanti ai magistrati, e vestirono la loro lagnanza con gli abiti dell'ordine civico e del decoro romano, accusando questi ebrei di turbare la città e di propugnare usanze che ai buoni cittadini romani non è lecito praticare. La folla, come fanno le folle, si unì all'accusa senza chiedersi che cosa fosse realmente accaduto alla ragazza al centro di tutto, il cui nome la storia non si è nemmeno data la pena di conservare. I magistrati strapparono le vesti a Paolo e Sila e li fecero percuotere con verghe davanti alla città che guardava, e li gettarono nella cella più interna, i piedi serrati nei ceppi, per il crimine di aver liberato una schiava da uno spirito che arricchiva i suoi padroni.
Voglio che da Filippi portiate con voi soprattutto questo: quel giorno ho liberato una prigioniera a un costo reale per due dei Miei servi più fedeli, e pagherei quel costo mille volte ancora, perché una sola anima sciolta da ciò che la possiede vale per Me più di ogni moneta d'argento che il mercato di questo secolo abbia mai coniato dalla sua voce.
Il Registro
L'episodio è narrato in Atti 16,16-24, ambientato a Filippi, colonia romana della provincia di Macedonia rifondata da Augusto dopo la battaglia di Azio (31 a.C.) e popolata in gran parte da veterani militari titolari del privilegiato ius Italicum, il che spiega l'appello dei padroni della ragazza all'ordine civico romano piuttosto che alla legge ebraica. Il testo greco descrive il suo spirito come pneuma pythōna, uno "spirito pitonico", evocando la Pizia, la sacerdotessa oracolare di Apollo a Delfi, il cui nome derivava dal serpente Pitone ucciso presso quel santuario; l'espressione colloca la sua divinazione entro il più ampio commercio oracolare greco-romano piuttosto che entro un singolo culto identificabile.
Luca riporta che Paolo era "grandemente infastidito" (greco diaponētheis) da molti giorni della proclamazione esatta ma non richiesta della ragazza, prima di ordinare allo spirito di andarsene "nel nome di Gesù Cristo" (Atti 16,18), formula che il Nuovo Testamento distingue dall'incantesimo magico proprio perché invoca una persona conosciuta e obbedita, non una parola manipolata (cfr. Atti 19,13-16, i figli di Sceva). L'accusa che i padroni portarono in seguito davanti ai magistrati della città, secondo cui Paolo e Sila "propugnano usanze che non è lecito accettare né praticare per noi, che siamo Romani" (Atti 16,21), riflette un sospetto romano autentico verso una religio straniera non autorizzata. La pubblica fustigazione con verghe che seguì è confermata dal computo successivo delle sofferenze che Paolo stesso fa in 2 Corinzi 11,25.
Fonti e citazioni
- Atti 16,16-24
- Atti 16,25-40
- 2 Corinzi 11,25
- CCC 1673
Altro da questa camera
- Elimas il Magoc. 45-47 d.C., durante il primo viaggio missionario di PaoloA Cipro, il mago Bar-Gesù, chiamato Elimas, si oppose a Paolo davanti al proconsole Sergio Paolo e cercò di distoglierlo dalla fede; Paolo, pieno di Spirito Santo, lo denunciò e lo colpì con una cecità temporanea, misurata per corrispondere alle tenebre che egli stesso aveva venduto ad altri, e il proconsole, stupito, credette all'insegnamento del Signore.
- I figli di Scevac. 53-55 d.C., durante il terzo viaggio missionario di PaoloA Efeso, sette figli di un capo dei sacerdoti giudeo tentarono di scacciare un demonio invocando il nome di Gesù come formula magica, senza fede né lo Spirito che solo dà a quel Nome il suo potere; l'indemoniato li sopraffece e li spogliò, e la città atterrita bruciò i propri libri di magia. L'episodio rivelò che il nome di Cristo non può essere impugnato come un incantesimo.
- Maria Maddalena e i Sette DemòniI secolo d.C., durante e dopo il ministero galilaico di CristoLuca e Marco riferiscono che sette demòni uscirono da Maria di Màgdala, la quale divenne una donna di mezzi che sosteneva il ministero di Cristo, rimase presso la croce quando quasi tutti erano fuggiti, e fu la prima testimone della Risurrezione; la tradizione medievale occidentale la confuse erroneamente con la peccatrice di Luca 7 e con Maria di Betania, confusione che la riforma del Calendario Romano del 1969 corresse.
- Simon Magoc. 34–36 d.C., poco dopo il martirio di StefanoSimone, un mago che aveva stupito la Samaria con le sue arti, credette e fu battezzato sotto la predicazione di Filippo, ma poi offrì a Pietro e Giovanni del denaro per comprare il potere di conferire lo Spirito Santo mediante l'imposizione delle mani. Pietro lo rimproverò severamente, e il nome del mago divenne la radice della parola «simonia», la compravendita di ciò che appartiene solo a Dio.