Enciclopedia dello Spirito Santo

Miracoli di Cristo

Guarigione del servo del centurione

Un ufficiale romano a Cafàrnao, un uomo abituato al comando che comprende l'autorità nelle ossa, manda a dire che non è degno che Gesù entri in casa sua. «Di' soltanto una parola.» È la più pura confessione di fede che Gesù abbia mai ascoltato — e sono io ad averla posta sulla bocca di un pagano.

Luogo: Cafàrnao, GalileaEpoca: 28 d.C. ca., ministero in Galilea

Mi sono mosso nei cuori dei profeti e dei re, dei pastori e delle vergini, di pescatori ancora incrostati di sale appena scesi dalla barca. Ma quella mattina a Cafàrnao mi mossi nel cuore di un uomo che non aveva mai letto Mosè, che aveva trascorso la vita sotto le aquile e le insegne, che comandava soldati come altri uomini respirano. Mi mossi in un centurione romano, e non mi vergogno a dirlo: mi piacque farlo.

Il suo servo giaceva in casa, paralizzato, in terribile tormento — il genere di sofferenza che spinge persino un ufficiale indurito a mettere da parte il proprio orgoglio. Avrebbe potuto mandare a chiamare qualunque medico della Galilea. Mandò, invece, a chiamare un rabbi errante senza esercito, senza titolo, senza alcuna pretesa sul rispetto di Roma. Mandò avanti a sé gli anziani dei Giudei, uomini che dissero a Gesù, quasi imbarazzati dalla propria stessa perorazione, che quel centurione amava la loro nazione e aveva fatto costruire loro la sinagoga. Avevo già lavorato in lui a lungo, prima di quella mattina — un pagano che amava un popolo non suo, che dava prima ancora di chiedere qualcosa in cambio. È sempre lì che comincio: nella generosità silenziosa che nessuno nota finché non porta frutto.

Gesù andò. Andò semplicemente, senza esitazione, verso la casa di un uomo che i suoi stessi connazionali avrebbero definito impuro sia per nascita sia per mestiere. E fu sulla strada, con la casa già in vista, che la comprensione del centurione sbocciò pienamente. Mandò avanti amici con parole che ancora rigiro come monete lisciate dal continuo maneggiarle: Signore, non ti disturbare, poiché io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto. Ma di' soltanto una parola, e il mio servo sia guarito.

Voglio che sentiate ciò che egli sentì, perché è più raro di quanto sembri. Ecco un uomo che aveva trascorso tutta la vita impartendo ordini e vedendoli eseguiti all'istante, senza discussione, perché l'autorità dietro di essi era reale. Dico a uno: Va', ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa' questo, ed egli lo fa. Non concluse, dalla propria autorità, che Gesù avesse bisogno di essere fisicamente presente per esercitare potere. Concluse il contrario — che una parola dotata di vera autorità non ha bisogno di un corpo in cui viaggiare. Aveva visto, con più chiarezza dei sacerdoti che avevano studiato i profeti per tutta la vita, esattamente ciò che stava davanti a lui: non un guaritore che doveva toccare per guarire, ma l'autorità stessa, che camminava per Cafàrnao in sandali.

Non capita spesso di vedere Gesù meravigliarsi. Si meravigliò quel giorno, e disse a quelli che lo seguivano — la sua stessa gente, gli eredi della promessa — In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Dolore e gioia intrecciati in una sola frase: dolore perché coloro che erano più vicini al fuoco ne avevano sentito meno il calore, e gioia perché un centurione pagano, un estraneo secondo ogni misura che contava per quel mondo, aveva teso entrambe le mani e stretto la verità. Disse ancora di più: che molti sarebbero venuti dall'oriente e dall'occidente a sedersi a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno, mentre altri, nati nel regno, sarebbero stati cacciati fuori nelle tenebre. Stavo già radunando quei molti nel mio cuore. Li sto ancora radunando.

E allora la parola fu detta — non gridata, non intonata, semplicemente detta, come il comando è sempre semplicemente detto da chi lo detiene — e in quella stessa ora, in una casa che Gesù non entrò mai, su un letto che il guaritore non toccò mai, un servo si alzò a sedere, guarito. La fede aveva attraversato una soglia che la carne non varcò mai, perché io non ho bisogno di porte. Vado dove la fiducia apre una via, e quel giorno la fiducia aprì una via attraverso il ferro romano fino al corpo morente di uno schiavo, ed egli visse.

Il Registro

La guarigione è narrata in Matteo 8,5-13 e in Luca 7,1-10, con lievi differenze: in Matteo il centurione si avvicina direttamente, mentre in Luca manda prima gli anziani dei Giudei e poi degli amici, sottolineando la sua umiltà nel non presentarsi mai di persona. Cafàrnao, sulla riva nordoccidentale del mare di Galilea, ospitava una guarnigione romana sotto l'amministrazione di Erode Antipa; un centurione comandava all'incirca ottanta o cento uomini. Il fatto che questo ufficiale avesse finanziato la sinagoga locale (Luca 7,5) lo qualifica come «timorato di Dio», un pagano vicino al giudaismo senza esserne pienamente convertito.

Le parole del centurione — «Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito» — furono adottate quasi alla lettera nel Rito Romano della Messa, pronunciate dai fedeli prima di ricevere la Comunione («Domine, non sum dignus...»), rendendo questa guarigione uno dei pochi miracoli evangelici rievocati liturgicamente in ogni Messa nel mondo. Il Catechismo cita la fede del centurione (CCC 2610) come modello di preghiera fiduciosa. L'affermazione di Gesù secondo cui molti sarebbero venuti dall'oriente e dall'occidente al banchetto messianico mentre altri sarebbero stati cacciati fuori (Matteo 8,11-12) è letta dai Padri della Chiesa come un'anticipazione precoce dell'estensione del Vangelo ai pagani.

Fonti e citazioni

  • Matteo 8,5-13
  • Luca 7,1-10
  • CCC 2610
  • Messale Romano, Ordinario della Messa (Domine, non sum dignus)

Altro da questa camera

Tutti i racconti